A volte un'immagine, dura come un pugno allo stomaco, spiega più cose di
interminabili discussioni accademiche. Aisha, 18 anni, sbattuta freddamente
in copertina su Time, ci dice, con il suo silenzio, perché bisogna rimanere
in Afghanistan. Le hanno tagliato il naso e le orecchie, l'hanno abbandonata
tra le vette della sua terra, nella speranza che morisse dissanguata.




La sua colpa, così ha deciso il capo-villaggio talebano, è di essere
scappata al marito, di averlo rifiutato, di essersi lamentata delle percosse
dei suoceri. E la punizione, stando alle regole tribali di un Mondo che
dovrebbe essere morto e sepolto da secoli, è stata pressoché automatica.
Mentre il cognato le teneva ferma la testa, il marito la macellava, come
fosse una bestia al mattatoio. Basterebbe questo a spiegare perché si deve
rimanere laggiù. Fa ribrezzo che davanti a tutto questo, ci sia ancora chi
si dilunga in ragionamenti su una presunta aggressione occidentale
capitalista.




La guerra in Afghanistan, dura, difficile, drammatica, è una guerra per la
civilità. Per tentare di dare una parvenza di normalità ad una società che
di normale non ha nulla. E' una sfida immane: si tratta di ricreare una
cultura. Ma prima di fare ciò, è necessario debellare chi tiene gli afghani
incatenati all'ancestrale arretratezza, i talebani. Bande di terroristi la
cui fortuna nasce proprio dalla disgraziata condizione in cui versa la
stragrande maggioranza dei propri connazionali.